Le relazioni: Porre al centro il Mistero e la poesia dell’altro
Come creare un campo vivente insieme con gli altri?
giovanna benatti
6/1/20264 min leggere
Le relazioni: Porre al centro il Mistero e la poesia dell’altro
Ci completano, ci provocano, ci spiazzano, ci fanno paura e attrazione. Ne sentiamo la chiamata e l’attrazione, e al tempo stesso ne temiamo la complessità. Ci dicono chi siamo e a che punto siamo della nostra evoluzione.
Le relazioni definiscono la nostra identità e il nostro essere nel mondo, sono un labirinto, sono una sfida, sono una grande opportunità. Ma:
perché stare in relazione con l’altro è così complesso?
perché non riusciamo a distaccarci da relazioni tossiche?
perché abbiamo l’abilità di costruire relazioni tossiche?
come posso rimanere individuo senza creare co-dipendenze?
come posso imparare ad accettare un conflitto senza squalificare l’altro?
qual’è il peso del giudizio e del pregiudizio nelle mie relazioni?
come posso sviluppare la capacità di tessere relazioni sane che nutrono?
In questa riflessione vogliamo rendere omaggio a Edgar Morin, recentemente scomparso, ma per sempre vivo nel suo insegnamento e nel testamento del suo messaggio.
Per il sociologo e filosofo francese Edgar Morin, le relazioni sono il tessuto connettivo dell'esistenza. Il suo pensiero si basa sull'idea che non esista un "io" isolato, ma che siamo definiti e compresi solo all'interno delle connessioni che stabiliamo con gli altri e con il mondo.
Il suo approccio alle relazioni poggia su pilastri fondamentali:Il primato del “Noi”.
Morin sostiene che «non c'è io senza un noi». L'essere umano è un'entità complessa che si definisce attraverso l'interazione costante con la comunità e l'ambiente circostante. La nostra identità individuale e il nostro benessere sono inestricabilmente legati a ciò che ci unisce agli altri.
Nei suoi studi sulla complessità, Morin critica aspramente il paradigma della separazione, ovvero la tendenza a frammentare il sapere e le esperienze umane. Propone invece il concetto di relianza (dal francese reliance): l'arte di tessere relazioni, di collegare ciò che è stato separato e di comprendere che ogni elemento fa parte di un unico sistema aperto.
Vivere e relazionarsi significa comprendere la nostra interdipendenza reciproca. Morin parla spesso di auto-eco-organizzazione, ovvero la consapevolezza che le nostre azioni influenzano il gruppo e l'intero ecosistema. Questo richiede una vera e propria etica delle relazioni, che promuove fratellanza e solidarietà, necessarie per resistere all'individualismo, alla crudeltà e al rancore della società contemporanea.
Le diversità non devono essere tollerate passivamente, ma valorizzate come bisogno di incontro e confronto. Nel suo lavoro sui “Sette saperi necessari all'educazione del futuro”, Morin inserisce l'insegnamento della comprensione tra le basi della vita sociale. Comprendere gli altri richiede un'empatia profonda e una "pedagogia amorosa" che superi l'incomprensione, l'egocentrismo e il disprezzo reciproco, ponendo sempre al centro il mistero e la poesia dell’altro.
Scrive Chiara Massullo: “è urgente riconoscere la dignità teorica e operativa dell’amore come categoria pedagogica, esplorando il nesso tra educazione e amore e le potenzialità di una “pedagogia amorosa”, che integri dimensioni affettive, poetiche e relazionali.
Muovendo dal riconoscimento dell’amore quale energia complessa e fondativa dell’umano, ci si chiede le ragioni della sua marginalità nel dibattito pedagogico, in particolare in Italia. Attraverso una lettura filosofico-educativa di alcune pagine di Edgar Morin, la categoria di “relazionarsi amoroso” è proposta quale modalità educativa che riconosce e custodisce la poesia e il mistero dell’altro, chiamando l’educatore a onorarne e svilupparne le qualità proprie. Infine va riconosciuto il potere edificante dell’amore che, tramite l’“azione teoremico-maieutica”, rende l’incontro educativo un evento trasformativo capace di accendere la libertà e di favorire l’umanizzazione in pienezza del soggetto”.
Non esiste l’Io, esiste il NOI scrive Edgar Morin. Quando incontro l’altro, inizio a ricevere notizie di me, aggiunge Rolando Toro che fonda il sistema Biodanza non tanto e non solo come una terapia individuale, ma come una pedagogia sociale (“Educacion salvate, riscatto degli istinti e priorità delle relazioni) per un mondo più giusto e amoroso.
Ci piace ricordare Rolando per il suo immenso lascito pedagogico, per l’incommensurabile portata ri-educativa nell’ottica di ecologia umane e delle relazioni della Biodanza, e quando crea la “Scala del vincolo”, riconoscendo che la nostra cultura (anche educativa) ha fomentato i punti più bassi di questa scala: individualismo, egocentrismo, competizione, personalismo quando invece la nostra natura, se guidata dall’intelligenza affettiva - l’intelligenza più potente - è inesorabilmente attratta da dimensioni epifaniche: Priorità del "noi" e del dialogo.
Quando ci lasciamo guidare dall’intelligenza affettiva Il focus si sposta sull'importanza della comunità e della comunicazione reciproca; il legame sociale diventa centrale.
Entriamo in uno spazio di nutrimento reciproco dell’identità, riconoscendo l'altro come fondamentale per la nostra esistenza. L'incontro permette la fioritura e l'espressione autentica dei potenziali di entrambi.
Sviluppiamo empatia, ovvero a capacità profonda di mettersi nei panni dell'altro, comprendendo intimamente il suo stato emotivo.
E infine come stato di beatitudine per la nostra esistenza, accediamo all’ Epifania dell'incontro: Il livello più elevato, quello più apparentemente inaccessibile, ma in verità registrato nelle nostre cellule. Rolando Toro si ispira al filosofo Emmanuel Lévinas. Vivere in un stato di epifania dell’incontro significa e permette di riconoscere il "sacro" nell'altro, dove l'incontro abbatte ogni barriera difensiva per abbracciare l'unità universale.
Purtroppo non troveremo risposta a tutte quelle domande facendoci guidare dalla mente logico-corticale, perché il suo codice maestro è il codice binario: IO oppure TU, la mente è una fabbrica di credenze, spesso tragicamente ereditate o drammaticamente forgiate nel nostro ambiente, queste credenze plasmano la nostra personalità, ciò in cui crediamo, che diventa una gabbia, o nella ipotesi peggiore una prigione..
Accediamo all’intelligenza del cuore, che non è soltanto un muscolo, ma un vero e proprio centro senziente, capace di memoria, di intuizione, per vie assolutamente transpersonali e vivenciali: la danza, l’eros, il contatto affettivo, il gioco, le risate, la natura, la commozione assoluta di fronte ad un tramonto, la medianica musicale, quando il suono ci abita e il nostro ego scompare.
Quando danziamo la nostra mente riposa e si attiva la mente del cuore, la mente cosmica: l’inconscio vitale e Luminoso, gli strati del nostro Io a cui non vi è accesso attraverso il pensiero.
In questo spazio di tenerezza e di mistero il codice maestro è il codice della complessità: TUTTO è UNO. Io sono te. Io sono NOI. La diversità è una danza.
Allora sì, quelle domande troveranno pace e risposta.
Perché, come scrive Rolando Toro: l’amore è una potenza organizzatrice che trascende l’individuale..
E quindi
danziamo..danziamo..altrimenti siamo perduti (Pina Baush)
giovanna benatti
